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“It was the rainbow, the rarest phenomenon of all (…) that attracted the attention of man, the son of Nature: the innocent and cultured spirits wonder what the origin of such an event is, and the question of its origin arises just as naturally, to both”. It is with this first consideration that Johann Wolfgang Goethe starts The Theory of Colours (Zur Farbenlehre), published in Tübingen in 1810; an impressive study with which the great German writer explores the scientific and metaphysical history of art – and therefore colour – starting from the speculations of the great thinkers of antiquity to the theories of his contemporaries, which are still defended today in various studies on art, and not only.

Among the many interpretative ideas – whether scientific, philosophical or literary – Goethe’s ponderous “story” also provides a complex and fascinating key to understanding the mystery of painting, a “place” where colour is the absolute protagonist of every possible representation: from the most explanatory and didactic to the most refined and spiritual. In his preface to the first Italian translation (1997) of the great German writer’s work, Gillo Dorfles writes: “Man perceives colours through the eye, but colours do have and perform a function, which is not only sensory but also moral; it therefore touches individuals in the depth of their personality, and does not reduce the sense organ to a simple and more or less computerized mechanical device”.

This consideration seems well suited to Mihailo Karanović’s painting, which is characterized by a practice and discipline that in its technical complexity encompasses strong sensory and aesthetic involvement, and just as much ethical tension. In times like these, dominated by hyper-technological fascinations (the ones that are too often deceptive and limited to surprising ephemeral “special effects”), Karanović, employs sophisticated devices in the initial phase of each of his works, and then dominates them to bring them back to their simple function of use.

He bends them to the rules – not only technical – and to the ritual of painting. He gets his hands dirty with oil paints, of which he knows every secret. With shining eyes and a steady mind, he looks at and defends memory and art history. He explores the masterpieces of the great masters through chromatic inventions, but not as a pretext to alter their meaning: on the contrary, the “chromatic scans” that make his paintings unique are to be understood as a respectful tribute to them. And, at the same time, they are an intellectual pretext to use his absolute virtuosity to discover what the magic of colour is made of. Through slow painting, and with the slow pace of Zen meditation, Karanović explores the mythical origin of the Rainbow, the path traced by messenger Iris to connect the land of men to the sky of the gods.

Michele Bonuomo

«Fu l’arcobaleno, il fenomeno più raro fra tutti (…) ad attirare su di sé l’attenzione dell’uomo figlio della Natura: tanto lo spirito fanciullo quanto lo spirito colto si chiedono quale sia l’origine di un simile evento. La questione della sua provenienza si pone con altrettanta naturalezza e all’uno e all’altro», da questa prima considerazione prende avvio La teoria dei colori (Zur Farbenlehre) di Johann Wolfgang Goethe, pubblicata a Tubinga nel 1810; un’imponente studio con cui il grande tedesco indaga la storia scientifica e metafisica dell’arte, e quindi del colore, partendo dalle speculazioni dei grandi pensatori dell’antichità per arrivare alle teorizzazioni di quelli a lui contemporanei, e per tanti aspetti ancora presenti nelle indagini sull’arte, e non solo, dei nostri tempi. Fra i tanti spunti interpretativi – siano essi scientifici, filosofici o letterari – la ponderosa “storia” goethiana fornisce anche una chiave di lettura complessa e affascinante del mistero della pittura, un “luogo” in cui il colore è protagonista assoluto di ogni possibile rappresentazione: da quelle più esplicative e didascaliche ad altre più rarefatte e mentali. Nella nota introduttiva alla prima traduzione italiana (1997) dell’opera del grande tedesco, così annota Gillo Dorfles: «L’uomo percepisce i colori attraverso l’occhio; ma questi colori possiedono ed esplicano la loro funzione, che non è soltanto sensoriale ma anche morale; e che pertanto investe tutta quanta la personalità dell’individuo e non degrada l’organo di senso alla condizione d’un semplice ordigno meccanico più o meno computerizzato». Una considerazione, questa, che sembra ben adattarsi alla pittura di Mihailo Karanović caratterizzata da una pratica e una disciplina che nella sua complessità tecnica è fatta di forte coinvolgimento sensoriale ed estetico e di altrettanta tensione etica. In tempi come i nostri, dominati dalle fascinazioni iper-tecnologiche, quelle per intenderci troppo spesso ingannevoli e che si limitano soltanto a stupire con effimeri “effetti speciali”, Karanović, pur impiegando nella fase iniziale di ogni suo lavoro dispositivi sofisticati, li domina e li riporta alla loro semplice funzione d’uso. Li piega alle regole, non solo tecniche, e al rito della pittura. Si sporca le mani con i colori ad olio di cui conosce ogni segreto. Ha occhi lucidi e mente salda con cui guarda e difende la memoria e la storia dell’arte. Indaga i capolavori dei grandi maestri attraverso invenzioni cromatiche che non ne alterano pretestuosamente il senso, anzi le “scansioni cromatiche” che rendono unici i suoi dipinti, sono da intendere come un rispettoso tributo offerto a loro. E, allo stesso tempo, sono un pretesto mentale e di assoluto virtuosismo esecutivo per scoprire in che cosa consista la magia del colore. Attraverso una pittura che ha i tempi lunghi e l’andamento lento di una meditazione zen, anche Karanović esplora l’origine mitica dell’Arcobaleno, il sentiero tracciato dalla messaggera Iris per congiungere la terra degli uomini al cielo degli dei. Michele Bonuomo

Perchè ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste

Vangelo secondo Matteo, 24.43

Sappiate bene questo, che se il padrone di casa sapesse a che ora vuole venire il ladro, starebbe in guardia e non lascerebbe mettere a soqquadro la casa sua. Anche voi tenetevi pronti

Vangelo secondo Luca, 12.39

Ubudziti. Eccomi qui, con questa parola in lingua serba che vagola impertinente nell’universo dei ricordi. Così carica di valore simbolico da trasfigurarsi immantinente in un concetto complessissimo. Una patologia dalla forte complessione, mi verrebbe da dire chissà perchè andando col pensiero al secolo decimonono. Un quasi-ricordo, dunque.

Non v’è una parola che stia per ubudziti, come “stella della sera” per “Venere”. Solo il potere delle immagini traduce codesto concetto in qualcosa di familiare.

Ubudziti è l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Sembra il titolo disinvolto d’un romanzo di edificazione. Mi vengono in mente il Che e il compagno di ventura Alberto Granados alle prese con la motocicletta. E invece.

Invece la motocicletta era una bicicletta. Rossa, acquistata per quattro lire al mercato delle pulci. Ero nello studio di Mihailo Beli Karanovic, il pictor optimus che spacca. I nostri convegni diuturni in via dei Crollalanza a Milano hanno sempre suscitato in me il retropensiero della replica illustre: perdonate la grandeur, ma mi riferisco proprio alle quotidiane sortite di James Lord nell’atelier parigino del grande Giacometti. Era il Settembre ’64 e il Maestro impegnava lo scrittore americano in quotidiane e indefesse pose di corvée per quello che sarebbe stato il suo ritratto. Ragazzi, come dovevano essere formidabili quegli anni.

Ubudziti. Karanovic stava armeggiando con un pedale della suddetta bicicletta. Del resto, cosa potevamo aspettarci da quel mezzo sgangherata proveniente da chissà dove e arrivata chissà come al mercato delle pulci? Doveva escogitare un modo per fissare quel pedale all’apposito supporto, pena l’impossibilità di usufruire del mezzo per cui aveva spesa quella cifra immane. Voi – e mi ci metto anch’io – sareste andati dal ciclista più vicino, pedale in mano e bicicletta a spinta, mostrandogli il problema con linguaggio malsicuro e consegnando noi stessi al suo mestiere. Karanovic no. Karanovic, frugando in mezzo alle cianfrusaglie di pennelli, tubetti di colore, chiodi, viti, legni, attrezzi e ferraglia varia che popola il suo studio, riuscì a risolvere quel piccolo grande problema logistico, piegando simbolicamente e fisicamente un ferro al nuovo uso. Riconvertito alla bisogna, così. Con impiego sapiente di mani e di cervello. Mica pigliandolo a martellate come avrei fatto io, gigioneggiante su una sedia a fumare Winston con lo sguardo fisso sul carpentiere/artista/filosofo in azione. Forte di quell’eureka! che risolve creativamente il problema coi mezzi che passa il convento, Karanovic, giustapposto il pedale nell’apposita sede, corse col rosso velocipede verso i lidi dell’Ideale (per la cronaca, una serata alle Scimmie). Ubudziti, l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Anche gli Astanti sono ubudziti. Sculture in scala umana realizzate con materiale povero e di fortuna, replica isomorfica della stesa pasta di cui noi siamo fatti.

Perchè Karanovic sa fare quasi tutto (quasi, veh). Consapevole del rischio di rifilarvi un peana, un panegirico, un’articolessa o un pistolotto, chiamatelo come vi pare, credo che Karanovic abbia questo di straordinario: non è solo un artista, un uomo dalla pronunciata manualità, un saggio riservato e un pittore col talento per la musica (mess and finesse, casino e raffinatezza: così definisco il suo stile quando suona la chitarra). Karanovic è anche uno scultore. Che modella ferro, legno, stracci, carta – il materiale eletto come mezzo espressivo privilegiato della propria produzione – al pari del marmo. Non sto esagerando. Del resto, quelle che leggete non sono le parole di un testo critico. Avrete dunque la certezza che quanto precede e quanto segue non è l’usuale bru bru della critica.

Me lo ricordo, quel giorno in cui Karanovic fece a botte con uno dei suoi Astanti. Cos’è il genio, in fin del conto? La Volontà, pervicace e dolorosa e virile (virile quand’anche l’artista fosse fimmina, dal momento che la virilità è virtù che attraversa il genere), la Volontà di lottare per informare un’idea, intrinsecamente e per definizione informe, ineffabile, ribelle. Impresentabile. Oscena, nel senso in cui Carmelo Bene metteva in scena ciò che la scena eccedeva. Il giorno in cui Karanovic sferrò un pugno alla sua scultura vidi lo sfogo del genio, la libera manifestazione di un sentimento superiore. E mi ricordò i tormenti del grande Giacometti.

Anche Karanovic rappresenta ciò che vede. Ma adducendovi un intenso valore simbolico. Tutt’altro che ermetico, perchè preclaro a tutti.

Astanti. Sculture modellate come marmo. Idoli. Idola tribus, gli idoli della tribù, gli errori identificati da Bacone negli umani, umanissimi pregiudizi che impediscono di vedere la reale natura delle cose, anche quando ce l’abbiamo sotto il naso. Soprattutto se siamo noi stessi gli oggetti soggetti all’analisi.

Siamo proprio una tribù colpevole. Pericolosamente impreparati al giudizio finale. Che non necessariamente sarà il Giudizio Universale dell’Onnipotente (anche gli atei ammirerebbero l’Astante dalla cui morte fiorisce la vita). Siamo una tribù consapevole di sbagliare, assisa come un gruppo di astanti, osservatori spaesati e imbelli e intimoriti in attesa di una risposta chiarificatrice sulla vita, foss’anche il vaffanculo con cui qualcuno ne suggellerà la fine, illuminandoci sulla verità della nostra stolta, vacante, gaia levità.

L’opera di Karanovic, pittura e scultura, parla  di noi e a noi si rivolge. Sembra parlarci: «Ma non l’hai ancora capito? Questo sei tu». Perchè il nostro problema è il problema dell’umanità infetta dal suo stesso narcisismo.

Guardate la scultura chiamata Νάρκισσος (Narciso): chi, se non un genio, poteva rimpiazzare lo specchio acquorio in cui il vanesio si riflette, con lo sportello di un’automoblile prelevato dal rottamaio, sozzo d’acquaccia e cicche di sigaretta, simbolo della latrina in cui noi, illusi delle nostre autodifese dalla vita, ci specchiamo?

Perchè morire è facile. E’ la vita, che ci sconfigge.

Tempus fugit e Narciso, in attesa della morte, mostra qui l’apice della sua arroganza, peccato primordiale dell’umanità. Non per caso Adamo ed Eva, nei nomi originari dell’Antico Testamento (אָדָם ; חוה), stanno qui a dimostrarcelo, nella posa plastica della vergogna di sè.

E Narciso, quale epitome dell’impresa di Mihailo Beli Kranovic, è l’osceno dell’Ecce homo contemporaneo. Che, diversamente dal Cristo flagellato di Ponzio Pilato («Ecco l’Uomo», disse indicandolo alla folla) e dal Dioniso di Friedrich Nietzsche (Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è), non incarna nè i valori nè la loro trasvalutazione, ma l’ignavia di chi porta con sè la miseria del nulla.

Ecco l’uomo d’oggi, senza Dio e senza morale, inane Prometeo che si logora giorno per giorno nello sforzo velleitario di rubare il fuoco agli dèi.

Karanovic pone al centro della propria ricerca la sofferenza e l’arroganza di un’umanità che si è autoinflitta la dannazione come un cristo minore, la cui croce è il suo stesso peccato d’ignavia.

Un’umanità bloccata in un adesso immobile che ha tutte le reminiscenze del nulla eterno: la morte del corpo e la morte dell’anima.

Astanti è il termine che descrive in maniera definita i simulacri di un consesso dolente, sculture in scala umana realizzate con gli scarti del nostro tempo, fisse e sussistenti nello stato d’indolente attesa.

E al contempo assise a fissare l’autorappresentazione di un’umanità inerte, vanamente ribelle alla divinità, alla natura e alla morale. E senza d’altro canto l’ardire di sostituirsi ad esse.

Gli astanti siamo noi. Guardiamo il nostro volto riflesso in uno specchio d’acqua compiacendoci della nostra eccellenza: stiamo rubando il fuoco agli dèi, c’illudiamo di poter creare la vita dal nulla e potenziamo i nostri corpi per opporci alla natura.

Ma lo specchio d’acqua in cui ci rimiriamo è una latrina.

Pure, dietro a tutto ciò si cela la possibilità di un riscatto.

Un riscatto per noi.

Esseri umani.

Astanti.

Portatori di un frammento d’eternità.

Perchè, come dalla nuda terra fiorisce la vita, così dalla morte di questo nostro tempo imbelle può germogliare un’umanità rinnovata. E’ il senso intrinseco all’Astante che giace sul suo letto di morte, così vicino per reminiscenza ideale al corpo in rivolta di Carlo Giuliani, corpo martoriato sul selciato del G8 di Genova. Un Astante agonico, morto in rivolta, dal cui petto fiorisce la vita. Marcescenza del corpo transeunte reversibile nella partenogenesi di una rinnovata speranza.

La speranza di una rinascita. Che lotta con forza tranquilla, la forza tranquilla del potere simbolico dell’Arte, contro il metodo umano del conculcare e offendere la vita. Esemplato nella Venere, astante, protesa come in sacrificio con l’utero stretto tra le mani di rabbia. La donna, iconografia per eccellenza dell’Amore (la Beatrice di Dante, la Laura di Francesco Petrarca) e donatrice di vita, che in questi tempi di violenza globale rovescia la sua stessa natura nelle donne kamikaze come Rim al-Riashi, la ventunenne madre di due figli che il 19 Gennaio 2004 sferrò un attentato suicida al valico di frontiera di Erez fra Israele e la Striscia di Gaza.

O come le Fidanzate di Allah dell’oltranzismo separatista ceceno, autrici del sequestro di 850 civili al teatro Dubrovka di Mosca poi uccise dalle forze speciali di Putin.

Una speranza riposta, in questo tempo maledetto, d’orrori e martirii, in questo stupido secolo che è appena succeduto al Secolo Breve di Eric Hobsbawm e che ha già dimostrato la fallacia della profezia di Francis Fukuyama (La fine della storia), nella Madonna d’Algeri immortalata dal fotografo Hocine Zaourar dopo il massacro di Benthala in Algeria, tredici anni fa  – cioè ora: una madre che urla lo strazio per il martirio del proprio figlio, Vergine laica dal cuore spezzato. Una madre che piange la morte dell’umanità. Come nella foto straziante della Madre di Belgrado, in lacrime di fronte alle candele pietosamente accese in una chiesa di Belgrado, con cui il 24 marzo 1999 il Corriere della Sera aprì la prima pagina per documentare il primo giorno di quella guerra infame, la tempesta di missili Cruise rovesciati dal Patto NATO sulla Jugoslavia per 78 giorni di fila.

La Madonna d’Algeri.

La Madre di Belgrado.

Così straordinariamente uguali all’Orante di Karanovic, in ginocchio – ma grandiosamente assisa – di fronte alla morte di un Cristo Bambino. Un Cristo senza croce, dipinto come Van Dyck l’avrebbe dipinto, sospeso nel buio al pari dell’Astante che gli si oppone, l’Anticristo, summum malum che gode dell’uccisione della morale da noi stessi perpetrata. Questa, la nostra morte progressiva.

Ma è anche una prova. Gli Astanti rappresentano una prova per noi. Perchè noi siamo gli astanti rispetto all’orribile magnificenza dello spettacolo del mondo.

Estote parati, dunque: siate pronti, uomini. Verrà il ladro. Verrà il giudizio. Siate pronti. Affinchè un giorno, anima in rivolta e cuore in mano, anche voi possiate dire «ora no ho più paura».

Emanuele Beluffi

Chi sono gli Astanti ? Da dove arrivano e dove andranno? Come sono state create queste sculture così scure che sembrano in legno?
SONO INQUIETANTI FIGURE PRESENZE, SCARTI DELLA SOCIETà che ci interrogano sull’umanità dolente e sepolta nell’era post tecnologica, narcisista e individualista. QUESTI ASTANTI rimandano alla scultura lignea del XV-XVI secolo, ai volti drammatici dipinti da Masaccio a Santa Maria del Carmine, cappella Brancacci a Firenze, alla durezza marmorea dei corpi di Mantegna, al naturalismo espressionista di Donatello, alla solennità compositiva di Francesco del Cossa. SEMBRANO UN OMAGGIO al Compianto del Cristo morto (1469-1473) di Nicolò dell’Arca, gruppo scultoreo che ha sconvolto il Quattrocento per drammaticità, verismo e teatralità. Si tratta di sette figure straziate dal dolore per la morte del Cristo, a grandezza naturale, in terracotta, conservate in Santa Maria della Vita a Bologna. NELL’ARTE ANTICA E MODERNA LA sofferenza umana è sempre di un’attualità sconvolgente.
Karanovic si ispira all’Umanesimo per rappresentare la condizione umana contemporanea. Medita l’arte sacra, recuperando soluzioni iconografiche adottate nel genere del Lamento funebre, molto popolare nel Nord Italia ( Lombardia, Veneto, Emilia) e in Francia (Borgogna e Lorena).
Di fronte agli Astanti noi spettatori restiamo in silenzio e immobili, annichiliti per il loro crudele realismo “caravaggesco”, spaesati dalla sensibilità dell’artista nell’interpretare l’umanità sofferente, seguendo il tema iconografico del Compianto morto o della Lamentazione sul Cristo morto, che ebbero una grandissima diffusione nell’arte sacra popolare, sia nell’ambito pittorico che in quello della scultura, dando vita al tema classico della Sacra Rappresentazione.
Gli Astanti, queste sculture solenni, sono una testimonianza della permanenza del classico nell’arte del XXI secolo.
Pittore già noto per ritratti e figure neoespressioniste, Karanovic presenta per la prima volta un’installazione complessa da un dipinto e otto sculture scure, verniciate di lacca per il legno, realizzate con tonnellate di spazzatura, ferro, legno, tessuti, plastica, nylon, raccolte nell’arco di due anni, tenute insieme da nastro adesivo e uno spago fine di canapa.
Karanovic ha dato forma alla sofferenza, al dolore silenzioso, all’abbandono e alla solitudine dello scarto dell’umanità, l’altra faccia della società globale: immigrati, deboli e tutti i disagiati senza terra, senza Dio, senza identità individuale o collettiva che rappresentano un monumento al disagio fisico e morale degli emarginati di tutte le razze e religioni che non desideriamo incontrare sul nostro cammino. GLI ASTANTI CI SPIANO E vivono ai margini delle metropoli come fantasmi, considerati presenze inutili, perché non producono un reddito necessario per mantenere il ritmo accelerato e costoso della nostra era opulenta E neobarocca, SOTTO L’EGIDA dell’eccesso di tecnologia, in cui regnano narcisismo, egoismo, arroganza, cinismo e indifferenza in nome del Dio progresso.
Karanovic rappresenta l’uomo della strada. Il suo Adamo potrebbe essere un clandestino, un immigrato africano o RUMENO, Eva dal volto straziato dal dolore, macchiata dal peccato di esistere, consapevole di partorire infiniti cloni di Caino da secoli, potrebbe essere una sintesi di tutte le “Maddalene” della storia dell’arte. L’Anziana materializza l’incubo della vecchia, più temuta della morte , MENTRE l’Anticristo potremmo essere tutti noi miscredenti.
Tra le altre sculture in mostra, inquietano Astante #2, sdraiato su un lettino da obitorio con il ventre squartato, da cui fuoriesce un bonsai di Ficus Benjamin e una Venere dalla chioma di stracci, che stringe tra le mani rivolte verso l’alto un drappo rosso, metafora del sangue e della vita partorita nel dolore che poggia i piedi su una base contenente terra, edera e altre piante verdi. Queste sculture “iperrealiste” , NATE DALLA SPAZZATURA E DAGLI SCARTI DELLA SOCIETA’ CONTEMPORANEA , urlano la vendetta della Natura, NON ANCORA dominata dalla volontà e dalla “cattività” UMANE. Gli Astanti sono immobili e restano in attesa di sfidare l’eternità, mostrando la feroce indifferenza ai problemi umani e la vendetta della Natura che deve tornare al centro della vita dell’uomo.
Narciso si specchia in un sportello di un’automobile e la sua immagine riflessa smaterializza il volto realista, mettendo a fuoco la precarietà dell’esistenza umana e il dolore di un uomo suicida d’amore e avido di emozioni, sterile e invaghito solo di se stesso.
Gli Astanti attendono di emanciparsi dalla loro condizione di sofferenti, ci richiamano ad assumerci l’impegno di considerarli come uomini e di accoglierli nella nostra comunità “civilizzata” che ha perduto il senso della solidarietà e della responsabilità verso i deboli.
Nell’arte sacra, il dolore e l’umana sofferenza si iconizzano nel volto del Cristo in Croce, per ridestare nell’uomo qualche barlume di verità, un bagliore di fede nel Dio che secondo la tradizione cristiana, ha salvato l’uomo dall’abisso del male e dalla caducità della vita terrena, ma il dolore messo in scena da Karanovic è un’altra cosa: è angoscia di un’umanità sorda e cieca di fronte all’incommensurabile disperazione di un uomo –spazzatura, marcio nelle viscere, rottame di se stesso, mummificato nel suo egoismo. I suoi corpi immobili presentano la condizione umana, disarmata sono una metafora dell’uomo moderno, necrofilo, violento, senza tensioni spirituali e lontano anni luce da una possibile redenzione, sul baratro del nulla perché non prova più neppure la sofferenza. Sofferenza è anche pensare a chi siamo. Gli Astanti sono gli altri e noi che attendiamo non la salvezza, ma una speranza di riscatto, senza sapere quale.
Jacqueline CeresoliOra, riconoscendo che noi siamo e sempre saremo nani sulle spalle dei giganti, di là dalla perentorietà un po’ goffa delle annotazioni del Watelet non possiamo non vedere come la relazione arte-poesia abbia un valore polisemico che si sottrae con ciò stesso all’unidirezionalità concettuale. Mentre d’altro canto la bellezza, che già Platone nel Simposio considerava come qualità autosussistente di un oggetto bello in sé e per sé, sembra indiscutibilmente una proprietà semplice. La natura del bello va concepita in senso puramente estetico, e non per nulla i termini “Bello” e “Bellezza” figuravano tra le voci compilate dal Diderot in quella straordinaria intrapresa editoriale senza fine che fu l’Estetica dell’Encyclopédie dei philosophes francesi. Questo perché il bello in senso puramente estetico comprende solo esperienze estetiche, includendo ciò che procura tali esperienze, sia esso colore, suono o pensiero. In questo senso gli Antichi affermavano che la bellezza consiste nelle proporzioni e nell´adeguata disposizione delle parti: e così i Greci dicevano συμμετρία per il bello visibile e άρμουία per il bello udibile, mentre i filosofi scolastici riservavano all’esperienza estetica di carattere noetico la nozione del bello in spiritualibus, contraltare del bello in corporalibus. Un po’ dopo, in età umanistico-rinascimentale, Leon Battista Alberti avrebbe coniato il neologismo adatto al bello attraverso la nozione di concinnitas, «certo consenso e concordantia delle parti», sintetizzando in un’unica parola le idee di accordo e proporzionalità dei Greci. Anche se poi, chi fu il più furbo se non Francesco Petrarca il quale disse che la bellezza è, in fin del conto, un certo-non-so-che? (nescio quid alla latina, ma i francesi sono insuperabili: je ne sais quoi). O poffarbacco: siamo partiti dall’ut pictura poesis, e col Petrarca abbiamo perso niente meno che la poesia – e anche la pittura, forse. Ma se riandiamo col pensiero alle parole dell’anonimo scrittore del V secolo meglio noto come Pseudo Dionigi, epigono cristiano di Plotino, ecco che la poesia ritorna: se la bellezza è armonia e proporzione, e se non tutti gli oggetti sono composti (come la luce, le stelle, l’oro, che pure pare sian belli), allora la bellezza non deriva dagli oggetti stessi, ma dall’anima, che in un certo senso li illumina, come già affermava Plotino. Formulando così nel trattato Sui nomi divini una definizione lapidaria della bellezza: il bello è proporzione e splendore.
Bene, non so se il pittore Mihailo Karanovic abbia avuto a che fare col Watelet e lo Pseudo Dionigi, ma non riesco a non vedere questa sua galleria di ritratti come bagnata da una pioggia di luce, fluida e leggera, e consegnata a un rapporto armonico di luce-colore-ombra. Un’adeguata oggettivazione della poesia pittorica. Forse perché pochi osano dipingere il bello. Forse perché molti scordano che non si possono fare progressi senza il bello.
Diciamolo: l’unico modo per dipingere ora è difendere la pittura nel suo stato puro. Perché la pittura, al di là del figurativo/astratto et cetera, è fatta con un’idea. Władysław Tatarkiewicz, nel suo Storia di sei Idee, dedicava ben tre capitoli alla trattazione del Bello. E il grande Erwin Panofsky, sulla nozione di idea nella storia dell’estetica, scrisse quel classico del pensiero che va sotto il nome di Idea. Già: chi ha il coraggio di tirar fuori gli attributi per negare la verità di Platone? Perché tutto nasce da lì, come disse il filosofo inglese Whitehead: la storia del pensiero occidentale è una serie di glosse a Platone. E lo stesso accade con la pittura: già s’è detto che siamo nani sulle spalle dei giganti. Dunque bisogna studiare e imparare. Dai classici. Pure Aristotele è un classico, pure Marx lo è. Li si relega in un cassetto in quanto classici? Tradizionali? Poi ti danno di tradizionalista, che nella nuova formulazione della critica odierna si accompagna all’altra accusa, quella di decorativismo solitamente rivolta alle opere troppo lontane dalla raffigurazione provocatoria. Perché oggi solo a tratti, e in casi individuati e singoli, conta saper fare pittura. Il saper fare pittura è il saper pensare. Dare forma e materia al pensiero. Vallo a spiegare agli imbrattatele neopop.
Per questo l’artista, quale che sia il mezzo espressivo adottato, è un filosofo. E, di converso, il filosofo è un artista. Cosa diceva il compianto Gilles Deleuze? Che la filosofia è costruzione di concetti. E con un´espressione vicina allo slogan si potrebbe dire che Schopenhauer fosse un pittore del pensiero. Critici e artisti s’inventano l’estetica concettuale e dimenticano l’estetica visiva. Critici e artisti si occupano – quando lo fanno, cioè molto raramente, impegnati come sono a fare le star – dell’estetica dal punto di vista concettuale e non visivo. Eppure è così semplice, è come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, che tutti cercano affannosamente senza accorgersi che ce l’hanno lì sotto il naso, dove è sempre stata.
Se osservi i ritratti del Karanovic, succede di non riuscire a togliere lo sguardo dai quadri che stai vedendo: non perchè ti debba affannare a capirli – non v’è proprio nulla che si debba cercar di capire, qui – ma perché belli. Non sono ritratti fotografici, è inutile sforzarsi di dire «m’assomiglia». Anzi, non sono nemmeno ritratti ma pretesti: pre-testi, anteriori al bru-bru speculativo della critica. Karanovic non dipinge ciò che vede. E già questo è un concetto forte per il problema pressante della cultura artistica odierna: la mancanza di pittoricità. Perché deprivare un quadro del suo unico valore, la sua intrinseca pittoricità? E perché sforzarsi d’introdurre elementi concettuali? La pittura non è mai una replica isomorfica della realtà. E nemmeno ha da esser l’esatta riproduzione del mondo là fuori come un ritratto fotografico. La pittura è pittura. E, se fatta bene, diventa opera d’arte. Cos’è un’immagine? Cos’è un ritratto? «Col solo gettare di una spugna piena di diversi colori in un muro, essa lascia in esso muro una macchia, dove si vedono varie invenzioni, cioè teste d’uomini, diversi animali e altre simili cose», diceva Leonardo da Vinci. Guardare un’immagine raffigurata in un quadro non equivale a fare raffronti col mondo esterno, in quanto si tratta di un’esperienza estetica – ricordate? la natura del bello va concepita in senso puramente estetico – fortemente radicata nella sfera percettiva: l’immagine, come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, sta lì davanti a noi e richiede solo d’esser guardata. E, dal momento che non siamo fatti come Mihailo Karanovic, che vede la pittoricità anche in un pezzo di ferro come Leonardo da Vinci vede una certa figura sulla macchia di un muro, non possiamo non metterci nell’esatta disposizione d’animo quando ci troviamo davanti a uno di questi dipinti: non possiamo cioè non vedere ciò che il Karanovic ha intenzionalmente rappresentato. Guardiamo la raffigurazione di un volto e ci sentiamo come guardati a nostra volta da quel volto. E’ l’esuberante bellezza della pittura che attrae a sé. Questo è il saper fare pittura. Questo è la poesia pittorica. Vedere la pittoricità anche in un pezzo di ferro: spiritualità del fare pittura. Cari critici e cari artisti, è del tutto inutile ciurlar nel manico con quattro concetti. Non prendete ciò che non vi appartiene. Per questo motivo nemmeno il soggetto in sé è rilevante. Ciò che veramente conta è come è stato dipinto. E tuttavia sembra che solo al pittore sia come proibito d’occuparsi della meraviglia dell’esistente. Ut pictura poesis. Come il filosofo di Deleuze, come il poeta di Watelet, anche Mihailo Karanovic si serve di immagini: la sua opera è poesia pittorica che oggettiva la bellezza attraverso un’intima connessione di forma e immagine. Eidos e Eidolon – non scordiamo la lezione di Ernst Cassirer che preconizzò il saggio sull’Idea del Panofsky – sono le due polarità del bello in senso estetico: l’una, forma pura, verità delle cose; l’altra, artefatto, immagine depotenziata dell’idea. E l’opera del Karanovic, oltre che un’oggettivazione della natura del bello, sembra un commento a quella che potremmo aggiungere idealmente alle voci già comprese nell’Estetica dell’Encyclopédie e alla storia estetica delle idee: la natura dell’immagine, l’eidolon. Con un paradossale omaggio al vituperato predominio dell’immagine attraverso la pittura, mezzo espressivo più antico dei nuovi media.
È il baudrillardiano assassinio della realtà, il rigoglio estetizzante dell’immagine nella cultura contemporanea, a vanificare la coscienza critica dell’osservatore ridotto a mero spettatore di una malia mediale. Nelle opere di Beli il valore mediatico di un Obama in RGB – red, green, blue, i colori dell’interfaccia video – e di un maresciallo Tito messo sotto processo, si accompagna al riconoscimento dell’eccedenza dell’immagine rispetto a ciò che è raffigurato. Ecco la distanza che separa ciò che è raffigurato, privo di consistenza reale, dalla raffigurazione, con la sua tangibilità circoscritta nello spazio esclusivo del quadro. Obama e Tito, eventi mediatici, eventi evanescenti: eidola, idoli rispetto cui gli altri che guardano con gli occhi al cielo, al cielo dello schermo e al cielo della rappresentazione mediatica, sono gli oranti. Verrebbe da dire, citando Toni Negri: assalto al cielo! Chi ha orecchi per intendere, intenda, chi occhi per vedere, veda. E chi non ha ancora mandato all’ammasso il cervello, che capisca. Se Karanovic volesse farsi dare di buon pittore, non dovrebbe prodigarsi nelle sterili riproduzioni di un Guercino, un Caravaggio o uno Zurbarán. E se replicasse un Caravaggio, questa sarebbe la realizzazione di un contemporaneo, perchè fatta con i mezzi espressivi del Karanovic, qui e ora. Primo: fare tutto quello che passa per la testa. Secondo: ricoprire la superficie. Terzo: disegnare col pennello. Strato semichiaro e strato semiscuro. Così la materia prende forma. E tutto ciò non è pittura tradizionale, è la pittura di Mihailo Karanovic.
Emanuele Beluffi

Vangelo secondo Matteo, 24.43

Sappiate bene questo, che se il padrone di casa sapesse a che ora vuole venire il ladro, starebbe in guardia e non lascerebbe mettere a soqquadro la casa sua. Anche voi tenetevi pronti

Vangelo secondo Luca, 12.39

Ubudziti. Eccomi qui, con questa parola in lingua serba che vagola impertinente nell’universo dei ricordi. Così carica di valore simbolico da trasfigurarsi immantinente in un concetto complessissimo. Una patologia dalla forte complessione, mi verrebbe da dire chissà perchè andando col pensiero al secolo decimonono. Un quasi-ricordo, dunque.

Non v’è una parola che stia per ubudziti, come “stella della sera” per “Venere”. Solo il potere delle immagini traduce codesto concetto in qualcosa di familiare.

Ubudziti è l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Sembra il titolo disinvolto d’un romanzo di edificazione. Mi vengono in mente il Che e il compagno di ventura Alberto Granados alle prese con la motocicletta. E invece.

Invece la motocicletta era una bicicletta. Rossa, acquistata per quattro lire al mercato delle pulci. Ero nello studio di Mihailo Beli Karanovic, il pictor optimus che spacca. I nostri convegni diuturni in via dei Crollalanza a Milano hanno sempre suscitato in me il retropensiero della replica illustre: perdonate la grandeur, ma mi riferisco proprio alle quotidiane sortite di James Lord nell’atelier parigino del grande Giacometti. Era il Settembre ’64 e il Maestro impegnava lo scrittore americano in quotidiane e indefesse pose di corvée per quello che sarebbe stato il suo ritratto. Ragazzi, come dovevano essere formidabili quegli anni.

Ubudziti. Karanovic stava armeggiando con un pedale della suddetta bicicletta. Del resto, cosa potevamo aspettarci da quel mezzo sgangherata proveniente da chissà dove e arrivata chissà come al mercato delle pulci? Doveva escogitare un modo per fissare quel pedale all’apposito supporto, pena l’impossibilità di usufruire del mezzo per cui aveva spesa quella cifra immane. Voi – e mi ci metto anch’io – sareste andati dal ciclista più vicino, pedale in mano e bicicletta a spinta, mostrandogli il problema con linguaggio malsicuro e consegnando noi stessi al suo mestiere. Karanovic no. Karanovic, frugando in mezzo alle cianfrusaglie di pennelli, tubetti di colore, chiodi, viti, legni, attrezzi e ferraglia varia che popola il suo studio, riuscì a risolvere quel piccolo grande problema logistico, piegando simbolicamente e fisicamente un ferro al nuovo uso. Riconvertito alla bisogna, così. Con impiego sapiente di mani e di cervello. Mica pigliandolo a martellate come avrei fatto io, gigioneggiante su una sedia a fumare Winston con lo sguardo fisso sul carpentiere/artista/filosofo in azione. Forte di quell’eureka! che risolve creativamente il problema coi mezzi che passa il convento, Karanovic, giustapposto il pedale nell’apposita sede, corse col rosso velocipede verso i lidi dell’Ideale (per la cronaca, una serata alle Scimmie). Ubudziti, l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Anche gli Astanti sono ubudziti. Sculture in scala umana realizzate con materiale povero e di fortuna, replica isomorfica della stesa pasta di cui noi siamo fatti.

Perchè Karanovic sa fare quasi tutto (quasi, veh). Consapevole del rischio di rifilarvi un peana, un panegirico, un’articolessa o un pistolotto, chiamatelo come vi pare, credo che Karanovic abbia questo di straordinario: non è solo un artista, un uomo dalla pronunciata manualità, un saggio riservato e un pittore col talento per la musica (mess and finesse, casino e raffinatezza: così definisco il suo stile quando suona la chitarra). Karanovic è anche uno scultore. Che modella ferro, legno, stracci, carta – il materiale eletto come mezzo espressivo privilegiato della propria produzione – al pari del marmo. Non sto esagerando. Del resto, quelle che leggete non sono le parole di un testo critico. Avrete dunque la certezza che quanto precede e quanto segue non è l’usuale bru bru della critica.

Me lo ricordo, quel giorno in cui Karanovic fece a botte con uno dei suoi Astanti. Cos’è il genio, in fin del conto? La Volontà, pervicace e dolorosa e virile (virile quand’anche l’artista fosse fimmina, dal momento che la virilità è virtù che attraversa il genere), la Volontà di lottare per informare un’idea, intrinsecamente e per definizione informe, ineffabile, ribelle. Impresentabile. Oscena, nel senso in cui Carmelo Bene metteva in scena ciò che la scena eccedeva. Il giorno in cui Karanovic sferrò un pugno alla sua scultura vidi lo sfogo del genio, la libera manifestazione di un sentimento superiore. E mi ricordò i tormenti del grande Giacometti.

Anche Karanovic rappresenta ciò che vede. Ma adducendovi un intenso valore simbolico. Tutt’altro che ermetico, perchè preclaro a tutti.

Astanti. Sculture modellate come marmo. Idoli. Idola tribus, gli idoli della tribù, gli errori identificati da Bacone negli umani, umanissimi pregiudizi che impediscono di vedere la reale natura delle cose, anche quando ce l’abbiamo sotto il naso. Soprattutto se siamo noi stessi gli oggetti soggetti all’analisi.

Siamo proprio una tribù colpevole. Pericolosamente impreparati al giudizio finale. Che non necessariamente sarà il Giudizio Universale dell’Onnipotente (anche gli atei ammirerebbero l’Astante dalla cui morte fiorisce la vita). Siamo una tribù consapevole di sbagliare, assisa come un gruppo di astanti, osservatori spaesati e imbelli e intimoriti in attesa di una risposta chiarificatrice sulla vita, foss’anche il vaffanculo con cui qualcuno ne suggellerà la fine, illuminandoci sulla verità della nostra stolta, vacante, gaia levità.

L’opera di Karanovic, pittura e scultura, parla  di noi e a noi si rivolge. Sembra parlarci: «Ma non l’hai ancora capito? Questo sei tu». Perchè il nostro problema è il problema dell’umanità infetta dal suo stesso narcisismo.

Guardate la scultura chiamata Νάρκισσος (Narciso): chi, se non un genio, poteva rimpiazzare lo specchio acquorio in cui il vanesio si riflette, con lo sportello di un’automoblile prelevato dal rottamaio, sozzo d’acquaccia e cicche di sigaretta, simbolo della latrina in cui noi, illusi delle nostre autodifese dalla vita, ci specchiamo?

Perchè morire è facile. E’ la vita, che ci sconfigge.

Tempus fugit e Narciso, in attesa della morte, mostra qui l’apice della sua arroganza, peccato primordiale dell’umanità. Non per caso Adamo ed Eva, nei nomi originari dell’Antico Testamento (אָדָם ; חוה), stanno qui a dimostrarcelo, nella posa plastica della vergogna di sè.

E Narciso, quale epitome dell’impresa di Mihailo Beli Kranovic, è l’osceno dell’Ecce homo contemporaneo. Che, diversamente dal Cristo flagellato di Ponzio Pilato («Ecco l’Uomo», disse indicandolo alla folla) e dal Dioniso di Friedrich Nietzsche (Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è), non incarna nè i valori nè la loro trasvalutazione, ma l’ignavia di chi porta con sè la miseria del nulla.

Ecco l’uomo d’oggi, senza Dio e senza morale, inane Prometeo che si logora giorno per giorno nello sforzo velleitario di rubare il fuoco agli dèi.

Karanovic pone al centro della propria ricerca la sofferenza e l’arroganza di un’umanità che si è autoinflitta la dannazione come un cristo minore, la cui croce è il suo stesso peccato d’ignavia.

Un’umanità bloccata in un adesso immobile che ha tutte le reminiscenze del nulla eterno: la morte del corpo e la morte dell’anima.

Astanti è il termine che descrive in maniera definita i simulacri di un consesso dolente, sculture in scala umana realizzate con gli scarti del nostro tempo, fisse e sussistenti nello stato d’indolente attesa.

E al contempo assise a fissare l’autorappresentazione di un’umanità inerte, vanamente ribelle alla divinità, alla natura e alla morale. E senza d’altro canto l’ardire di sostituirsi ad esse.

Gli astanti siamo noi. Guardiamo il nostro volto riflesso in uno specchio d’acqua compiacendoci della nostra eccellenza: stiamo rubando il fuoco agli dèi, c’illudiamo di poter creare la vita dal nulla e potenziamo i nostri corpi per opporci alla natura.

Ma lo specchio d’acqua in cui ci rimiriamo è una latrina.

Pure, dietro a tutto ciò si cela la possibilità di un riscatto.

Un riscatto per noi.

Esseri umani.

Astanti.

Portatori di un frammento d’eternità.

Perchè, come dalla nuda terra fiorisce la vita, così dalla morte di questo nostro tempo imbelle può germogliare un’umanità rinnovata. E’ il senso intrinseco all’Astante che giace sul suo letto di morte, così vicino per reminiscenza ideale al corpo in rivolta di Carlo Giuliani, corpo martoriato sul selciato del G8 di Genova. Un Astante agonico, morto in rivolta, dal cui petto fiorisce la vita. Marcescenza del corpo transeunte reversibile nella partenogenesi di una rinnovata speranza.

La speranza di una rinascita. Che lotta con forza tranquilla, la forza tranquilla del potere simbolico dell’Arte, contro il metodo umano del conculcare e offendere la vita. Esemplato nella Venere, astante, protesa come in sacrificio con l’utero stretto tra le mani di rabbia. La donna, iconografia per eccellenza dell’Amore (la Beatrice di Dante, la Laura di Francesco Petrarca) e donatrice di vita, che in questi tempi di violenza globale rovescia la sua stessa natura nelle donne kamikaze come Rim al-Riashi, la ventunenne madre di due figli che il 19 Gennaio 2004 sferrò un attentato suicida al valico di frontiera di Erez fra Israele e la Striscia di Gaza.

O come le Fidanzate di Allah dell’oltranzismo separatista ceceno, autrici del sequestro di 850 civili al teatro Dubrovka di Mosca poi uccise dalle forze speciali di Putin.

Una speranza riposta, in questo tempo maledetto, d’orrori e martirii, in questo stupido secolo che è appena succeduto al Secolo Breve di Eric Hobsbawm e che ha già dimostrato la fallacia della profezia di Francis Fukuyama (La fine della storia), nella Madonna d’Algeri immortalata dal fotografo Hocine Zaourar dopo il massacro di Benthala in Algeria, tredici anni fa  – cioè ora: una madre che urla lo strazio per il martirio del proprio figlio, Vergine laica dal cuore spezzato. Una madre che piange la morte dell’umanità. Come nella foto straziante della Madre di Belgrado, in lacrime di fronte alle candele pietosamente accese in una chiesa di Belgrado, con cui il 24 marzo 1999 il Corriere della Sera aprì la prima pagina per documentare il primo giorno di quella guerra infame, la tempesta di missili Cruise rovesciati dal Patto NATO sulla Jugoslavia per 78 giorni di fila.

La Madonna d’Algeri.

La Madre di Belgrado.

Così straordinariamente uguali all’Orante di Karanovic, in ginocchio – ma grandiosamente assisa – di fronte alla morte di un Cristo Bambino. Un Cristo senza croce, dipinto come Van Dyck l’avrebbe dipinto, sospeso nel buio al pari dell’Astante che gli si oppone, l’Anticristo, summum malum che gode dell’uccisione della morale da noi stessi perpetrata. Questa, la nostra morte progressiva.

Ma è anche una prova. Gli Astanti rappresentano una prova per noi. Perchè noi siamo gli astanti rispetto all’orribile magnificenza dello spettacolo del mondo.

Estote parati, dunque: siate pronti, uomini. Verrà il ladro. Verrà il giudizio. Siate pronti. Affinchè un giorno, anima in rivolta e cuore in mano, anche voi possiate dire «ora no ho più paura».

Emanuele Beluffi

Ut pictura poesis, la poesia è come la pittura, recita il verso oraziano. Nell’Estetica dell’Encyclopédie, alla voce “Galleria”, Claude-Henri Watelet annotava che se qualcosa poteva stare a fondamento dell’analogia fra pittura e poesia, senza alcun dubbio doveva trattarsi delle relazioni fra i generi di queste due arti. E proprio alla voce “Genere” lo scrittore d’arte francese vedeva nel ritratto uno degli elementi comuni all’opera pittorica e all’opera poetica. Il Watelet si riferiva in special modo alle teorie scaturienti dall’apoftegma ut pictura poesis discusse nel mondo culturale francese del Sei-Settecento da André Félibien, Charles-Alphonse Du Fresnoy, Roger de Piles, e soprattutto alle Réflexions critiques sur la poésie et sur la peinture di Jean-Baptiste Du Bos. L’estensore delle succitate voci dell’Encyclopédie vedeva nel ritratto il genere comune sia alla poesia che alla pittura, confrontabile attraverso le differenti modalità d’esecuzione. E a proposito del rapporto arte-poesia, il letterato francese annotava con gran fervore (e non senza una certa ingenuità, aggiungiamo noi post-postmoderni che ci siamo formati sugli scaracchi di certe declinazioni dell’arte performativa che oggi vanno per la maggiore) come le descrizioni in versi dei doni della natura rappresentassero per l’arte poetica ciò che rappresentavano per la pittura i dipinti di fiori e frutta di Alexandre-François Desportes, mentre gli scrittori di favole erano accomunati ai pittori che avevano negli animali il loro soggetto prediletto.
Ora, riconoscendo che noi siamo e sempre saremo nani sulle spalle dei giganti, di là dalla perentorietà un po’ goffa delle annotazioni del Watelet non possiamo non vedere come la relazione arte-poesia abbia un valore polisemico che si sottrae con ciò stesso all’unidirezionalità concettuale. Mentre d’altro canto la bellezza, che già Platone nel Simposio considerava come qualità autosussistente di un oggetto bello in sé e per sé, sembra indiscutibilmente una proprietà semplice. La natura del bello va concepita in senso puramente estetico, e non per nulla i termini “Bello” e “Bellezza” figuravano tra le voci compilate dal Diderot in quella straordinaria intrapresa editoriale senza fine che fu l’Estetica dell’Encyclopédie dei philosophes francesi. Questo perché il bello in senso puramente estetico comprende solo esperienze estetiche, includendo ciò che procura tali esperienze, sia esso colore, suono o pensiero. In questo senso gli Antichi affermavano che la bellezza consiste nelle proporzioni e nell´adeguata disposizione delle parti: e così i Greci dicevano συμμετρία per il bello visibile e άρμουία per il bello udibile, mentre i filosofi scolastici riservavano all’esperienza estetica di carattere noetico la nozione del bello in spiritualibus, contraltare del bello in corporalibus. Un po’ dopo, in età umanistico-rinascimentale, Leon Battista Alberti avrebbe coniato il neologismo adatto al bello attraverso la nozione di concinnitas, «certo consenso e concordantia delle parti», sintetizzando in un’unica parola le idee di accordo e proporzionalità dei Greci. Anche se poi, chi fu il più furbo se non Francesco Petrarca il quale disse che la bellezza è, in fin del conto, un certo-non-so-che? (nescio quid alla latina, ma i francesi sono insuperabili: je ne sais quoi). O poffarbacco: siamo partiti dall’ut pictura poesis, e col Petrarca abbiamo perso niente meno che la poesia – e anche la pittura, forse. Ma se riandiamo col pensiero alle parole dell’anonimo scrittore del V secolo meglio noto come Pseudo Dionigi, epigono cristiano di Plotino, ecco che la poesia ritorna: se la bellezza è armonia e proporzione, e se non tutti gli oggetti sono composti (come la luce, le stelle, l’oro, che pure pare sian belli), allora la bellezza non deriva dagli oggetti stessi, ma dall’anima, che in un certo senso li illumina, come già affermava Plotino. Formulando così nel trattato Sui nomi divini una definizione lapidaria della bellezza: il bello è proporzione e splendore.
Bene, non so se il pittore Mihailo Karanovic abbia avuto a che fare col Watelet e lo Pseudo Dionigi, ma non riesco a non vedere questa sua galleria di ritratti come bagnata da una pioggia di luce, fluida e leggera, e consegnata a un rapporto armonico di luce-colore-ombra. Un’adeguata oggettivazione della poesia pittorica. Forse perché pochi osano dipingere il bello. Forse perché molti scordano che non si possono fare progressi senza il bello.
Diciamolo: l’unico modo per dipingere ora è difendere la pittura nel suo stato puro. Perché la pittura, al di là del figurativo/astratto et cetera, è fatta con un’idea. Władysław Tatarkiewicz, nel suo Storia di sei Idee, dedicava ben tre capitoli alla trattazione del Bello. E il grande Erwin Panofsky, sulla nozione di idea nella storia dell’estetica, scrisse quel classico del pensiero che va sotto il nome di Idea. Già: chi ha il coraggio di tirar fuori gli attributi per negare la verità di Platone? Perché tutto nasce da lì, come disse il filosofo inglese Whitehead: la storia del pensiero occidentale è una serie di glosse a Platone. E lo stesso accade con la pittura: già s’è detto che siamo nani sulle spalle dei giganti. Dunque bisogna studiare e imparare. Dai classici. Pure Aristotele è un classico, pure Marx lo è. Li si relega in un cassetto in quanto classici? Tradizionali? Poi ti danno di tradizionalista, che nella nuova formulazione della critica odierna si accompagna all’altra accusa, quella di decorativismo solitamente rivolta alle opere troppo lontane dalla raffigurazione provocatoria. Perché oggi solo a tratti, e in casi individuati e singoli, conta saper fare pittura. Il saper fare pittura è il saper pensare. Dare forma e materia al pensiero. Vallo a spiegare agli imbrattatele neopop.
Per questo l’artista, quale che sia il mezzo espressivo adottato, è un filosofo. E, di converso, il filosofo è un artista. Cosa diceva il compianto Gilles Deleuze? Che la filosofia è costruzione di concetti. E con un´espressione vicina allo slogan si potrebbe dire che Schopenhauer fosse un pittore del pensiero. Critici e artisti s’inventano l’estetica concettuale e dimenticano l’estetica visiva. Critici e artisti si occupano – quando lo fanno, cioè molto raramente, impegnati come sono a fare le star – dell’estetica dal punto di vista concettuale e non visivo. Eppure è così semplice, è come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, che tutti cercano affannosamente senza accorgersi che ce l’hanno lì sotto il naso, dove è sempre stata.
Se osservi i ritratti del Karanovic, succede di non riuscire a togliere lo sguardo dai quadri che stai vedendo: non perchè ti debba affannare a capirli – non v’è proprio nulla che si debba cercar di capire, qui – ma perché belli. Non sono ritratti fotografici, è inutile sforzarsi di dire «m’assomiglia». Anzi, non sono nemmeno ritratti ma pretesti: pre-testi, anteriori al bru-bru speculativo della critica. Karanovic non dipinge ciò che vede. E già questo è un concetto forte per il problema pressante della cultura artistica odierna: la mancanza di pittoricità. Perché deprivare un quadro del suo unico valore, la sua intrinseca pittoricità? E perché sforzarsi d’introdurre elementi concettuali? La pittura non è mai una replica isomorfica della realtà. E nemmeno ha da esser l’esatta riproduzione del mondo là fuori come un ritratto fotografico. La pittura è pittura. E, se fatta bene, diventa opera d’arte. Cos’è un’immagine? Cos’è un ritratto? «Col solo gettare di una spugna piena di diversi colori in un muro, essa lascia in esso muro una macchia, dove si vedono varie invenzioni, cioè teste d’uomini, diversi animali e altre simili cose», diceva Leonardo da Vinci. Guardare un’immagine raffigurata in un quadro non equivale a fare raffronti col mondo esterno, in quanto si tratta di un’esperienza estetica – ricordate? la natura del bello va concepita in senso puramente estetico – fortemente radicata nella sfera percettiva: l’immagine, come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, sta lì davanti a noi e richiede solo d’esser guardata. E, dal momento che non siamo fatti come Mihailo Karanovic, che vede la pittoricità anche in un pezzo di ferro come Leonardo da Vinci vede una certa figura sulla macchia di un muro, non possiamo non metterci nell’esatta disposizione d’animo quando ci troviamo davanti a uno di questi dipinti: non possiamo cioè non vedere ciò che il Karanovic ha intenzionalmente rappresentato. Guardiamo la raffigurazione di un volto e ci sentiamo come guardati a nostra volta da quel volto. E’ l’esuberante bellezza della pittura che attrae a sé. Questo è il saper fare pittura. Questo è la poesia pittorica. Vedere la pittoricità anche in un pezzo di ferro: spiritualità del fare pittura. Cari critici e cari artisti, è del tutto inutile ciurlar nel manico con quattro concetti. Non prendete ciò che non vi appartiene. Per questo motivo nemmeno il soggetto in sé è rilevante. Ciò che veramente conta è come è stato dipinto. E tuttavia sembra che solo al pittore sia come proibito d’occuparsi della meraviglia dell’esistente. Ut pictura poesis. Come il filosofo di Deleuze, come il poeta di Watelet, anche Mihailo Karanovic si serve di immagini: la sua opera è poesia pittorica che oggettiva la bellezza attraverso un’intima connessione di forma e immagine. Eidos e Eidolon – non scordiamo la lezione di Ernst Cassirer che preconizzò il saggio sull’Idea del Panofsky – sono le due polarità del bello in senso estetico: l’una, forma pura, verità delle cose; l’altra, artefatto, immagine depotenziata dell’idea. E l’opera del Karanovic, oltre che un’oggettivazione della natura del bello, sembra un commento a quella che potremmo aggiungere idealmente alle voci già comprese nell’Estetica dell’Encyclopédie e alla storia estetica delle idee: la natura dell’immagine, l’eidolon. Con un paradossale omaggio al vituperato predominio dell’immagine attraverso la pittura, mezzo espressivo più antico dei nuovi media.
È il baudrillardiano assassinio della realtà, il rigoglio estetizzante dell’immagine nella cultura contemporanea, a vanificare la coscienza critica dell’osservatore ridotto a mero spettatore di una malia mediale. Nelle opere di Beli il valore mediatico di un Obama in RGB – red, green, blue, i colori dell’interfaccia video – e di un maresciallo Tito messo sotto processo, si accompagna al riconoscimento dell’eccedenza dell’immagine rispetto a ciò che è raffigurato. Ecco la distanza che separa ciò che è raffigurato, privo di consistenza reale, dalla raffigurazione, con la sua tangibilità circoscritta nello spazio esclusivo del quadro. Obama e Tito, eventi mediatici, eventi evanescenti: eidola, idoli rispetto cui gli altri che guardano con gli occhi al cielo, al cielo dello schermo e al cielo della rappresentazione mediatica, sono gli oranti. Verrebbe da dire, citando Toni Negri: assalto al cielo! Chi ha orecchi per intendere, intenda, chi occhi per vedere, veda. E chi non ha ancora mandato all’ammasso il cervello, che capisca. Se Karanovic volesse farsi dare di buon pittore, non dovrebbe prodigarsi nelle sterili riproduzioni di un Guercino, un Caravaggio o uno Zurbarán. E se replicasse un Caravaggio, questa sarebbe la realizzazione di un contemporaneo, perchè fatta con i mezzi espressivi del Karanovic, qui e ora. Primo: fare tutto quello che passa per la testa. Secondo: ricoprire la superficie. Terzo: disegnare col pennello. Strato semichiaro e strato semiscuro. Così la materia prende forma. E tutto ciò non è pittura tradizionale, è la pittura di Mihailo Karanovic.
Emanuele Beluffi

Vangelo secondo Matteo, 24.43

Sappiate bene questo, che se il padrone di casa sapesse a che ora vuole venire il ladro, starebbe in guardia e non lascerebbe mettere a soqquadro la casa sua. Anche voi tenetevi pronti

Vangelo secondo Luca, 12.39

Ubudziti. Eccomi qui, con questa parola in lingua serba che vagola impertinente nell’universo dei ricordi. Così carica di valore simbolico da trasfigurarsi immantinente in un concetto complessissimo. Una patologia dalla forte complessione, mi verrebbe da dire chissà perchè andando col pensiero al secolo decimonono. Un quasi-ricordo, dunque.

Non v’è una parola che stia per ubudziti, come “stella della sera” per “Venere”. Solo il potere delle immagini traduce codesto concetto in qualcosa di familiare.

Ubudziti è l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Sembra il titolo disinvolto d’un romanzo di edificazione. Mi vengono in mente il Che e il compagno di ventura Alberto Granados alle prese con la motocicletta. E invece.

Invece la motocicletta era una bicicletta. Rossa, acquistata per quattro lire al mercato delle pulci. Ero nello studio di Mihailo Beli Karanovic, il pictor optimus che spacca. I nostri convegni diuturni in via dei Crollalanza a Milano hanno sempre suscitato in me il retropensiero della replica illustre: perdonate la grandeur, ma mi riferisco proprio alle quotidiane sortite di James Lord nell’atelier parigino del grande Giacometti. Era il Settembre ’64 e il Maestro impegnava lo scrittore americano in quotidiane e indefesse pose di corvée per quello che sarebbe stato il suo ritratto. Ragazzi, come dovevano essere formidabili quegli anni.

Ubudziti. Karanovic stava armeggiando con un pedale della suddetta bicicletta. Del resto, cosa potevamo aspettarci da quel mezzo sgangherata proveniente da chissà dove e arrivata chissà come al mercato delle pulci? Doveva escogitare un modo per fissare quel pedale all’apposito supporto, pena l’impossibilità di usufruire del mezzo per cui aveva spesa quella cifra immane. Voi – e mi ci metto anch’io – sareste andati dal ciclista più vicino, pedale in mano e bicicletta a spinta, mostrandogli il problema con linguaggio malsicuro e consegnando noi stessi al suo mestiere. Karanovic no. Karanovic, frugando in mezzo alle cianfrusaglie di pennelli, tubetti di colore, chiodi, viti, legni, attrezzi e ferraglia varia che popola il suo studio, riuscì a risolvere quel piccolo grande problema logistico, piegando simbolicamente e fisicamente un ferro al nuovo uso. Riconvertito alla bisogna, così. Con impiego sapiente di mani e di cervello. Mica pigliandolo a martellate come avrei fatto io, gigioneggiante su una sedia a fumare Winston con lo sguardo fisso sul carpentiere/artista/filosofo in azione. Forte di quell’eureka! che risolve creativamente il problema coi mezzi che passa il convento, Karanovic, giustapposto il pedale nell’apposita sede, corse col rosso velocipede verso i lidi dell’Ideale (per la cronaca, una serata alle Scimmie). Ubudziti, l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Anche gli Astanti sono ubudziti. Sculture in scala umana realizzate con materiale povero e di fortuna, replica isomorfica della stesa pasta di cui noi siamo fatti.

Perchè Karanovic sa fare quasi tutto (quasi, veh). Consapevole del rischio di rifilarvi un peana, un panegirico, un’articolessa o un pistolotto, chiamatelo come vi pare, credo che Karanovic abbia questo di straordinario: non è solo un artista, un uomo dalla pronunciata manualità, un saggio riservato e un pittore col talento per la musica (mess and finesse, casino e raffinatezza: così definisco il suo stile quando suona la chitarra). Karanovic è anche uno scultore. Che modella ferro, legno, stracci, carta – il materiale eletto come mezzo espressivo privilegiato della propria produzione – al pari del marmo. Non sto esagerando. Del resto, quelle che leggete non sono le parole di un testo critico. Avrete dunque la certezza che quanto precede e quanto segue non è l’usuale bru bru della critica.

Me lo ricordo, quel giorno in cui Karanovic fece a botte con uno dei suoi Astanti. Cos’è il genio, in fin del conto? La Volontà, pervicace e dolorosa e virile (virile quand’anche l’artista fosse fimmina, dal momento che la virilità è virtù che attraversa il genere), la Volontà di lottare per informare un’idea, intrinsecamente e per definizione informe, ineffabile, ribelle. Impresentabile. Oscena, nel senso in cui Carmelo Bene metteva in scena ciò che la scena eccedeva. Il giorno in cui Karanovic sferrò un pugno alla sua scultura vidi lo sfogo del genio, la libera manifestazione di un sentimento superiore. E mi ricordò i tormenti del grande Giacometti.

Anche Karanovic rappresenta ciò che vede. Ma adducendovi un intenso valore simbolico. Tutt’altro che ermetico, perchè preclaro a tutti.

Astanti. Sculture modellate come marmo. Idoli. Idola tribus, gli idoli della tribù, gli errori identificati da Bacone negli umani, umanissimi pregiudizi che impediscono di vedere la reale natura delle cose, anche quando ce l’abbiamo sotto il naso. Soprattutto se siamo noi stessi gli oggetti soggetti all’analisi.

Siamo proprio una tribù colpevole. Pericolosamente impreparati al giudizio finale. Che non necessariamente sarà il Giudizio Universale dell’Onnipotente (anche gli atei ammirerebbero l’Astante dalla cui morte fiorisce la vita). Siamo una tribù consapevole di sbagliare, assisa come un gruppo di astanti, osservatori spaesati e imbelli e intimoriti in attesa di una risposta chiarificatrice sulla vita, foss’anche il vaffanculo con cui qualcuno ne suggellerà la fine, illuminandoci sulla verità della nostra stolta, vacante, gaia levità.

L’opera di Karanovic, pittura e scultura, parla  di noi e a noi si rivolge. Sembra parlarci: «Ma non l’hai ancora capito? Questo sei tu». Perchè il nostro problema è il problema dell’umanità infetta dal suo stesso narcisismo.

Guardate la scultura chiamata Νάρκισσος (Narciso): chi, se non un genio, poteva rimpiazzare lo specchio acquorio in cui il vanesio si riflette, con lo sportello di un’automoblile prelevato dal rottamaio, sozzo d’acquaccia e cicche di sigaretta, simbolo della latrina in cui noi, illusi delle nostre autodifese dalla vita, ci specchiamo?

Perchè morire è facile. E’ la vita, che ci sconfigge.

Tempus fugit e Narciso, in attesa della morte, mostra qui l’apice della sua arroganza, peccato primordiale dell’umanità. Non per caso Adamo ed Eva, nei nomi originari dell’Antico Testamento (אָדָם ; חוה), stanno qui a dimostrarcelo, nella posa plastica della vergogna di sè.

E Narciso, quale epitome dell’impresa di Mihailo Beli Kranovic, è l’osceno dell’Ecce homo contemporaneo. Che, diversamente dal Cristo flagellato di Ponzio Pilato («Ecco l’Uomo», disse indicandolo alla folla) e dal Dioniso di Friedrich Nietzsche (Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è), non incarna nè i valori nè la loro trasvalutazione, ma l’ignavia di chi porta con sè la miseria del nulla.

Ecco l’uomo d’oggi, senza Dio e senza morale, inane Prometeo che si logora giorno per giorno nello sforzo velleitario di rubare il fuoco agli dèi.

Karanovic pone al centro della propria ricerca la sofferenza e l’arroganza di un’umanità che si è autoinflitta la dannazione come un cristo minore, la cui croce è il suo stesso peccato d’ignavia.

Un’umanità bloccata in un adesso immobile che ha tutte le reminiscenze del nulla eterno: la morte del corpo e la morte dell’anima.

Astanti è il termine che descrive in maniera definita i simulacri di un consesso dolente, sculture in scala umana realizzate con gli scarti del nostro tempo, fisse e sussistenti nello stato d’indolente attesa.

E al contempo assise a fissare l’autorappresentazione di un’umanità inerte, vanamente ribelle alla divinità, alla natura e alla morale. E senza d’altro canto l’ardire di sostituirsi ad esse.

Gli astanti siamo noi. Guardiamo il nostro volto riflesso in uno specchio d’acqua compiacendoci della nostra eccellenza: stiamo rubando il fuoco agli dèi, c’illudiamo di poter creare la vita dal nulla e potenziamo i nostri corpi per opporci alla natura.

Ma lo specchio d’acqua in cui ci rimiriamo è una latrina.

Pure, dietro a tutto ciò si cela la possibilità di un riscatto.

Un riscatto per noi.

Esseri umani.

Astanti.

Portatori di un frammento d’eternità.

Perchè, come dalla nuda terra fiorisce la vita, così dalla morte di questo nostro tempo imbelle può germogliare un’umanità rinnovata. E’ il senso intrinseco all’Astante che giace sul suo letto di morte, così vicino per reminiscenza ideale al corpo in rivolta di Carlo Giuliani, corpo martoriato sul selciato del G8 di Genova. Un Astante agonico, morto in rivolta, dal cui petto fiorisce la vita. Marcescenza del corpo transeunte reversibile nella partenogenesi di una rinnovata speranza.

La speranza di una rinascita. Che lotta con forza tranquilla, la forza tranquilla del potere simbolico dell’Arte, contro il metodo umano del conculcare e offendere la vita. Esemplato nella Venere, astante, protesa come in sacrificio con l’utero stretto tra le mani di rabbia. La donna, iconografia per eccellenza dell’Amore (la Beatrice di Dante, la Laura di Francesco Petrarca) e donatrice di vita, che in questi tempi di violenza globale rovescia la sua stessa natura nelle donne kamikaze come Rim al-Riashi, la ventunenne madre di due figli che il 19 Gennaio 2004 sferrò un attentato suicida al valico di frontiera di Erez fra Israele e la Striscia di Gaza.

O come le Fidanzate di Allah dell’oltranzismo separatista ceceno, autrici del sequestro di 850 civili al teatro Dubrovka di Mosca poi uccise dalle forze speciali di Putin.

Una speranza riposta, in questo tempo maledetto, d’orrori e martirii, in questo stupido secolo che è appena succeduto al Secolo Breve di Eric Hobsbawm e che ha già dimostrato la fallacia della profezia di Francis Fukuyama (La fine della storia), nella Madonna d’Algeri immortalata dal fotografo Hocine Zaourar dopo il massacro di Benthala in Algeria, tredici anni fa  – cioè ora: una madre che urla lo strazio per il martirio del proprio figlio, Vergine laica dal cuore spezzato. Una madre che piange la morte dell’umanità. Come nella foto straziante della Madre di Belgrado, in lacrime di fronte alle candele pietosamente accese in una chiesa di Belgrado, con cui il 24 marzo 1999 il Corriere della Sera aprì la prima pagina per documentare il primo giorno di quella guerra infame, la tempesta di missili Cruise rovesciati dal Patto NATO sulla Jugoslavia per 78 giorni di fila.

La Madonna d’Algeri.

La Madre di Belgrado.

Così straordinariamente uguali all’Orante di Karanovic, in ginocchio – ma grandiosamente assisa – di fronte alla morte di un Cristo Bambino. Un Cristo senza croce, dipinto come Van Dyck l’avrebbe dipinto, sospeso nel buio al pari dell’Astante che gli si oppone, l’Anticristo, summum malum che gode dell’uccisione della morale da noi stessi perpetrata. Questa, la nostra morte progressiva.

Ma è anche una prova. Gli Astanti rappresentano una prova per noi. Perchè noi siamo gli astanti rispetto all’orribile magnificenza dello spettacolo del mondo.

Estote parati, dunque: siate pronti, uomini. Verrà il ladro. Verrà il giudizio. Siate pronti. Affinchè un giorno, anima in rivolta e cuore in mano, anche voi possiate dire «ora no ho più paura».

Emanuele Beluffi